Vertici, veti, ritorsioni. Quant’è difficile fare gli Stati Uniti
L’Europa boccheggia per i problemi dell’Eurozona e del debito, ma la crisi non colpisce solo l’Ue. Sono vari i progetti di integrazione regionale che traballano. L’ultimo caso è quello dell’Asean: l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico, che nella riunione di qualche giorno fa a Phnom Penh per la prima volta in 45 anni non è riuscita a concludere la riunione dei ministri degli Esteri con un comunicato congiunto. Pietra dello scandalo, le isole sparse per il mar Cinese meridionale e ricche di risorse naturali che per la crescita cinese sono sempre più preziose.
9 AGO 20

L’Europa boccheggia per i problemi dell’Eurozona e del debito, ma la crisi non colpisce solo l’Ue. Sono vari i progetti di integrazione regionale che traballano. L’ultimo caso è quello dell’Asean: l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico, che nella riunione di qualche giorno fa a Phnom Penh per la prima volta in 45 anni non è riuscita a concludere la riunione dei ministri degli Esteri con un comunicato congiunto. Pietra dello scandalo, le isole sparse per il mar Cinese meridionale e ricche di risorse naturali che per la crescita cinese sono sempre più preziose. Pechino le rivendica quasi tutte, ma si scontra con Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei, Taiwan e Giappone. La Cambogia, che sul mar Cinese non si affaccia, in cambio dei suoi buoni rapporti con Pechino si è prestata a sabotare gli sforzi dei partner dell’Asean per trovare una posizione comune forte.
Piuttosto che un codice di comportamento multilaterale, che è poi la posizione appoggiata anche dall’America, Cina e Cambogia preferiscono una risoluzione delle controversie attraverso negoziati bilaterali in cui la strapotenza di Pechino la fa da padrona. I diplomatici cinesi a Phnom Penh, prima ancora che il vertice iniziasse, hanno chiarito che Pechino non si curava neanche di nascondere il modo in cui stava dando istruzioni ai cambogiani. Da Filippine e Thailandia sono arrivate accuse fuori dai denti, e anche il ministro degli Esteri indonesiano, Marty Natalegawa, dopo aver invano tentato una mediazione ha parlato di “profondo disappunto”.
Marty Natalegawa può consolarsi: perfino Hillary Clinton si è trovata nella stessa situazione quando il vertice delle Americhe, tenutosi nella colombiana Cartagena de Indias tra il 13 e il 15 aprile, si è concluso senza una dichiarazione conclusiva. Forse per questo ha cercato di consolarsi ballando scatenata e bevendo birra in un bar, mentre la stampa americana era attratta quasi solo dagli agenti dei servizi segreti di Obama coinvolti in uno scandalo con prostitute locali. “E’ stato il vertice del dialogo e della sincerità, dove non ci sono stati temi vietati. Il fatto che non ci sia stata dichiarazione non è un fallimento”, ha cercato di consolarsi il padrone di casa, il colombiano Juan Manuel Santos. L’esito era d’altronde prevedibile, vista la mancanza di consenso su tre argomenti centrali: la riammissione di Cuba, la richiesta argentina di un appoggio alla rivendicazione di sovranità sulle Falkland, e l’idea del presidente guatemalteco, Otto Pérez Molina, di sostituire la strategia della guerra alla droga con un nuovo approccio di tipo antiproibizionista.
L’Organizzazione degli stati americani ha perso importanza da quando al vertice delle Americhe di Mar del Plata del 2005, l’alleanza tra il Venezuela di Chávez e i quattro paesi del Mercosur (MERcado COmún del SUR) bloccò definitivamente il progetto di costruire una zona di libero scambio continentale – peraltro non troppo gradita neanche al Congresso di Washington. Ridotta a una specie di innocuo consiglio d’Europa delle Americhe, l’Osa è stata ulteriormente dilaniata dalla continua guerriglia dei paesi del blocco filo Chávez. D’altra parte, erano solo undici (su ventidue) i capi di stato e di governo presenti al ventunesimo vertice Ibero-Americano di Asunción del 28 e 29 ottobre scorso, il che dimostra che l’altro progetto di aggregazione attorno alle ex madrepatrie Spagna e Portogallo non funziona granché. Ridotte ormai da “ponti verso l’Europa” a disastrati Pigs, Spagna e Portogallo subiscono anche i pesanti sarcasmi delle ex colonie, in pieno boom economico.
Né il boom, né il venir meno di antichi assi con Washington o con Madrid sono di per sé garanzia di buona salute per quel tipo di integrazionismo solo latino-americano che sia i governi di sinistra più radicale – à la Chávez – che quelli di sinistra più moderata – come quelli di Lula o di Dilma Rousseff – dicono di preferire. La rimozione del presidente Lugo da parte del Congresso paraguaiano, in particolare, rischia di precipitare una crisi del Mercosur, costituito nel 1991 proprio ad Asunción con l’idea di replicare in sud America il modello virtuoso dell’integrazione europea. Da una parte, infatti, il Paraguay è stato sospeso, ma senza il coraggio di procedere a sanzioni economiche che potevano ritorcersi in Brasile e Argentina (il cui approvvigionamento elettrico dipende quasi totalmente dalle dighe paraguaiane). Dall’altra, la sospensione ha però consentito ai presidenti di Brasile, Argentina e Uruguay di dichiarare superato il veto del Senato paraguaiano alla ratifica dell’ingresso richiesto dal Venezuela nel 2006. L’unico problema è che sia il ministro degli Esteri uruguaiano, Luis Almagro, che il vicepresidente, Daniel Astori, hanno smentito la dichiarazione del presidente Mujica che l’ingresso del Venezuela sarà formalizzato il 31 luglio, affermando invece che la sospensione del Paraguay – senza espulsione – non rimuove la necessità di un assenso del Senato paraguaiano. D’altra parte gli imprenditori venezuelani hanno manifestato timore per una possibile invasione di beni brasiliani e argentini nel paese. Ma più ancora della querelle tra Paraguay e Venezuela, a mettere in crisi il Mercosur è oggi il sempre più feroce protezionismo dell’Argentina di Cristina Kirchner. “L’Argentina sta uccidendo il Mercosur”, ha appena denunciato la Federazione delle industrie dello stato di San Paolo. Il problema è che il boom dell’export argentino tende, come per il passato, a collegare le economie latino-americane con mercati fuori del continente, piuttosto che i paesi vicini. Anche se, a ben guardare, è ormai la Cina a prendere sempre più il posto in passato tenuto da Europa e nord America.